Anni 70 - Elaborazione E Sperimentazione

Nel 1970 avevamo 23 anni e ci conoscevamo all’università Leggi tutto

Tutto, ma proprio tutto, diventava oggetto di discussione, di critica feroce senza sfumature né mediazioni. Il metodo dei “perché” a tappeto investiva l’intera società, la storia, la politica, il lavoro, lo studio, i rapporti personali, il sesso, la famiglia, la religione, l’arte, l’architettura, il design, la pubblicità, il cinema, il teatro, la filosofia, la musica, la campagna, l’industria, i supermercati, l’ambiente, l’energia, la medicina, la chimica, la fisica...! Si viveva in uno stato di perenne esaltazione, alimentata dal fermento creativo che generava continuamente nuovi stimoli. Kubrik, Fellini, Antognoni, Visconti, Pasolini, Ferreri, Bunuel, Jodorowsky, Goddard, Ken Russel, Led Zeppelin, Bob Dylan, Pink Floyd, Lou Reed, Elton John, Frank Zappa, Fabrizio de Andrè, Carmelo Bene, Dario Fo, Living Theatre, Andy Wharhol, Raushenberg, Oldenbourg, Jasper Johns, Indiana, Lichtenstein, Christo, Pistoletto, Mertz, Manzoni...producevano vere e proprie opere d’arte, eccezionali. Noi vivevamo l’eccezionalità come normalità. La pop-art, conferiva senso compiuto a tutti gli strumenti ed i linguaggi dell’arte del ‘900, adottando l’irriverenza e la provocazione in opere che demolivano, esaltandole, le icone del consumismo e facevano deflagrare le contraddizioni della società opulenta. Elaborazione di “tutti i perché” e sperimentazione di tutte le possibili risposte ed esperienze, anche le più estreme. È una gara alla provocazione ed alla radicalizzazione di qualunque modello o proposta. Per noi è il tempo dell’università, pienamente coinvolti in questo spirito ed in quest’atmosfera, nel movimento. Si sperimentano i gruppi, le comuni, l’autogestione: i gruppi di studio sono sempre più trasversali ed interdisciplinari spesso collegati ed intrecciati ai gruppi extraparlamentari, più impegnati politicamente, ed al mondo del lavoro: i rapporti con i professori pressochè alla pari. Noi, con Franco Cucchiarati, Roberto Gibello, Giulio Severini, Adriano Vanara, Rosalba Aimone e altri entriamo nel gruppo “Città-fabbrica” che raccoglie le istanze più avanzate degli studenti ed esprime le tensioni tra approcci culturali e politici ai temi dell’architettura e del design. Nasce un’amicizia ipercreativa di P.P. con Franco Cucchiarati e poi il rapporto con lo Studio65, che mantiene un carattere aperto e “movimentista”, sul primo concorso per i laminati Abet Print (1971) con la “colonna sonora”. L’anno successivo, P.P. ed F.C., appunto in quella rincorsa alla radicalizzazione, partecipano autonomamnte alla seconda edizione del concorso Abet Print con due proposte fortemente ironiche e demenziali. Nello stesso anno c’è l’Eurodomus, a cui partecipa anche lo Studio65, e che si trasforma quasi in un manifesto dei nuovi linguaggi e delle nuove tendenze nel design e nell’architettura. È di questo periodo anche il “Capitello” prodotto da Gufram, che si affianca alla “Bocca” come oggetto-simbolo e icona delle tendenze di quel momento storico. Il linguaggio così spesso dissacratorio e provocatorio fino all’assurdo ed al demenziale nasce da quell’intreccio tra anima culturale e anima politica del movimento che individuano nel modello capitalistico e borghese gli obiettivi da colpire elaborando e sperimentando l’una nuove forme espressive, l’altra nuovi modelli di lotta di classe. Il mondo dell’architettura, individuando nel movimento moderno e nel razionalismo l’interprete di quei modelli, oppone all’aridità e all’asetticità del funzionalismo e del razionalismo che ha generato la città moderna e la ghettizzazione urbana, da un lato l’esasperazione critica delle utopie del movimento moderno, dall’altro nuovi temi e direttrici di ricerca ed infine nuovi linguaggi e forme espressive generate dalla critica ai modelli borghesi. Ed ecco l’uso esasperato del colore, l’iperdecorativismo di matrice psichedelica, oggetti e architetture più simboliche e metaforiche che funzionali, i contenuti ludici, artistici e visionari di matrice pop e surreale, lo strutturalismo brutalmente industriale, le contaminazioni tra immagine, pubblicità ed estetica della macchina, gli impianti a vista, materiali mutuati direttamente dall’iconografia della fabbrica come vetro, plastica e lamiera, le architetture mobili e aliene, le utopie planetarie come la “non-stop city” di Archizoom o la griglia continua di “Superstudio”, il recupero del rapporto con la storia, la congestione controllata ecc. Arriva il Beaubourg che contiene, concentra e sintetizza in un’unica architettura gran parte di quei contenuti e caratteri. Vorrebbe anche essere la prima architettura multimediale, nel progetto originale, carattere perso poi nella realizzazione. È anche l’architettura che segna la compiutezza della rivoluzione industriale; il mistero del “mostro” della fabbrica, della raffineria, dell’impianto industriale svelato, portato in pieno centro-città, reso domestico ed accessibile a tutti. È anche un oggetto “alieno” in un contesto storico. È anche l’indicazione di una indifferenza dell’architettura alla funzione. È anche la prima architettura-attrazione a contenuto culturale pienamente inserita nel ciclo del consumo, che dunque si carica di una valenza economica attiva. Architettura che promuovendo se stessa diffonde i suoi contenuti e lo stesso territorio che la ospita. Ed è anche il simbolo di una transizione culturale, il sigillo alla cultura arcaico-romantica (ad un ciclo concluso) e la prefigurazione di nuovi orizzonti in cui si percepiscono nuovi ruoli di macchine e tecnologie. Ancora in fase di laurea, ci affacciamo al mondo della professione con la novità della forza e della sinergia del gruppo. Con Franco Cucchiarati, Giulio Severini, Adriano Vanara, Massimo Cavallo de Paoli fondiamo lo studio “Archide” nel 1974 che, dopo la laurea, si trasformerà in cooperativa con l’ingresso, tra altri, di Roberto Bay e Fabrizio Curtabbi. All’interno del movimento cooperativo e con l’intervento del Comune, abbiamo modo di occuparci dei primi centri commerciali di Torino. Nascono come mere strutture di servizio per i quartieri della periferia, pertanto con caratteri estremamente spartani ed economici. Il nostro bagaglio culturale e critico ci porta a conferire a questi progetti valori aggiunti finalizzati alla rivitalizzazione del quartiere, attraverso concezioni architettoniche innovative ed attrattive che, in taluni casi, generano conflitti con l’establishment culturale locale espresso dalle Commissioni Edilzie. Il decennio si conclude con la rottura definitiva tra le due anime del movimento: quella culturale che, attraverso il fermento sperimentale, ha gettato le basi per gli sviluppi dei successivi 20/30 anni e quella politica che genera una forbice autodistruttiva tra compromissione ed estremismo. Il tema della compromissione politica e dell’autonomia dell’architettura genera peraltro conflitti anche nel mondo professionale di recente formazione, come il nostro. Franco Audrito con lo Studio65 veleggia verso altri lidi (Arabia Saudita). Nel 1978 noi usciamo dalla cooperativa avviandoci alla libera professione individuale. Nel 1979 partecipiamo con l’ing. Michele Marchetto e l’arch. Felice Lovisolo al concorso per “Complesso scolastico per la scuola media superiore a Borgosesia per 1250 studenti”, conquistando il secondo posto.

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