Anni 60 - Benessere E Contestazione

Nel 1960 avevamo 13 anni e ignoravamo la reciproca esistenza Leggi tutto

Una generazione, nata dopo la guerra, che cresce in un mondo che offre di tutto e di più. Negozi di tutti i generi pieni di roba, città che crescono e si abbelliscono, strade nuove e sempre più estese. Gente che arriva direttamente dalla miseria e dai campi, quando va bene, a lavorare nelle industrie con stipendi che consentono acquisti e maggior tranquillità per il futuro. Case più comode e funzionali, elettrodomestici di tutti i tipi che liberano tempo per altre faccende. Una generazione per la quale la scuola, lo studio e l’accesso alla cultura ed ai generi di evasione sono già realtà quotidiana. Crescono, migliorano e s’infittiscono tutte le infrastrutture, le reti dei trasporti, iniziano i viaggi nello spazio e poi si diffondono a livello di massa la radio, il telefono e l’automobile. Scambi commerciali, tecnici e culturali vengono enormemente facilitati ed incrementati. Un mondo dunque che pare mettere tutto a disposizione, una scienza ed una tecnica che sembrano capaci di risolvere tutti i problemi, un sistema produttivo che inventa sempre nuovi prodotti e poi la pubblicità che rende accattivante, facile ed accessibile qualunque desiderio o sogno dell’umanità. Un mondo tutto nuovo e scintillante, ma fondato su modelli culturali che le nuove generazioni sentivano superati, vecchi, inadeguati alle nuove esigenze e potenzialità, ai nuovi spazi di libertà che si andavano delineando. La tensione tra vecchio e nuovo si stava caricando come una molla. La concomitanza tra adolescenza di una generazione e maturazione della rivoluzione industriale stava generando una miscela esplosiva di nuovi stimoli e vecchie contraddizioni. Ed ecco che arriva la televisione e, come tutto il resto, si diffonde a livello di massa. Il punto è che la televisione, a differenza di libri e giornali, la guardano tutti, ed ha la forza dell’immediatezza dell’immagine! È così che quegli adolescenti, che all’epoca si affacciavano al mondo e alla vita, che magari non sfioravano nemmeno un giornale, scoprivano, praticamente in diretta, che quel mondo che conoscevano non era poi così omogeneo e lineare. Scoprivano che quell’ansia di nuove libertà non era circoscritta alla loro singola sfera, ma era riconoscibile in molte situazioni trasmesse in tv da tutto il mondo. Scoprivano modelli di comportamento e modelli culturali alternativi che rappresentavano molto me\ glio dei vecchi modelli omologati le loro esigenze, i loro problemi e le loro aspettative. Scoprivano, alla tv, che oltre ai convenzionali Nilla Pizzi e Claudio Villa c’erano gli Animals, i Beatles, Bob Dylan con musica, contenuti e atteggiamenti nettamente più adeguati al loro modo di sentire ed al loro bisogno di emozioni nuove. Scoprivano, alla tv, un mondo che da un lato pareva offrire ricchezza, opulenza, successo e fantascienza realizzata ma dall’altro, e molto di più, creava o manteneva miseria, indigenza e povertà. Scoprivano, alla tv, le guerre, il Vietnam, gli arsenali nucleari, le torture e le sofferenze, i vari tipi di sfruttamento, i razzismi, i conflitti dilanianti generati dalla sete di potere. La tv, con l’immediatezza dell’immagine e del commento, contenitore unico di sfavillanti pubblicità e dell’esecuzione in diretta del vietcong, è stata il catalizzatore del ’68. Il decennio si conclude sull’onda del conflitto culturale tra vecchio e nuovo e dei “grandi perché” sollevati dalle ansie, inquietudini, insoddisfazioni dei giovani che si manifestano nel fenomeno esplosivo della contestazione globale. L’architettura, prevalentemente arte del consenso per sua stessa natura, celebrava il trionfo del movimento moderno con la sua capacità di rappresentare ed esaltare i caratteri dei miti del ‘900. Ovviamente il mondo giovane anche qui si riconosceva in questo stile spoglio, privo di ornamenti, nella libertà compositiva, nel cemento a vista, nelle vetrate, nell’acciaio, nella disinvolta casualità nell’uso di forme e materiali. Un linguaggio che interpreta perfettamente la rottura con gli schematismi e le rigidità del passato e dunque diventa simbolo del nuovo. Il dialogo con il settore in pieno sviluppo del design, alimentato dal mito produttivistico e consumistico dell’industria, con tutta la nuova oggettistica del panorama domestico e di quello urbano con la diffusione di motociclette, automobili, autobus, treni, aerei ecc., genera una generale rifondazione dei canoni estetici in sintonia con i nuovi modelli di vita e di comportamento. È peraltro lo stesso linguaggio che si presta ai fenomeni più riduttivi e volgari dell’avidità imprenditoriale generando i degradanti fenomeni dell’urbanizzazione selvaggia, della speculazione edilizia, delle periferie alienanti, dei “casermoni-dormitorio”, dell’inquinamento, della degenerazione e del dissesto del territorio e dell’ambiente. In analogia con quanto avviene a livello sociale e culturale anche il mondo dell’architettura conclude il decennio sull’onda dei “grandi perché”, prendendo di mira i modelli, i metodi ed i risultati del movimento moderno e del razionalismo. Nel fermento della contestazione nascono nuove direzioni di ricerca e di proposte alternative: Studio65, Superstudio, Archizoom, Ufo, Archigram, GRAU ... mentre alle figure dei maestri del movimento moderno si sostituiscono figure come Louis Khan e James Stirling.

primi passi

primi schizzi e studi di architettura

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